Bambini bilingue: la nostra esperienza

Bambini bilingue

Come e quando imparare una seconda lingua? Perché educare bambini bilingue? E’ una ricchezza o una difficoltà? Ecco la nostra esperienza.

 

Molte di voi mi hanno scritto sui social dopo aver sentito Cos cantare. Non mi avete scritto per come canta (anche se a lei piace pensarlo), ma per come canta in inglese, con una pronuncia che la gran parte di noi adulti, me compresa, fatica ad avere.
Non vi nascondo che la invidio e che, anche se faccio finta di infastidirmi, le sono grata quando mi corregge, perché anche se parlo tre lingue con un accento non troppo maccheronico, le ho imparate da grande e la differenza si vede e si sente.

Le ho imparate vivendo all’estero e poi dovendole utilizzare per lavoro. Insomma, la classica full immersion in cui ci si trova a doversi barcamenare in una lingua non nostra, con risultati che un po’ alla volta passano dal penoso all’accettabile fino al decoroso.
Solo vivendole in prima persona ho capito che ricchezza siano state per me quelle esperienze e oggi parlare altre lingue e poter avere amici in altri paesi mi dà una gioia enorme, tanto grande che consentire a mia figlia di viverle il prima possibile è stata una delle mie priorità.

Ho riportato qui tutte le domande che mi avete fatto, ma sentitevi libere di chiedere a me o a Cos quello che volete, scrivendoci nei commenti in fondo.

Che lingua parlate tra di voi?
Dalla nascita e quando era molto piccola esclusivamente in francese, la lingua in cui, ancor oggi, mi confessa i segreti, perché la condividiamo solo io e lei, è la “nostra” lingua.
Per il resto dipende dai momenti e dagli argomenti. Lascio che scelga lei. Di scuola si parla spesso in inglese, le coccole e le chiacchiere della buonanotte sono in francese, le sgridate in italiano. Con papà si parla italiano.

Cos ha mai mescolato le lingue?
Quando era piccola, verso i tre anni, ogni tanto se ne usciva con frasi del tipo “sono glissata e sono tombata” (sono scivolata e sono caduta), liberi adattamenti del francese. Oppure usava parole francesi mescolandole all’italiano quando le erano più familiari o facili da pronunciare, come “Piove, devo mettere les bottes” (gli stivali).
La più bella di tutte, per raccontarmi del suo primo amore, a tre anni è stata “l’ho conosciuto e sono caduta amorosa” (dal francese “tombée amoureuse”).
Da quando ha cominciato la scuola materna e l’inglese, ha fatto subito un distinguo tra le lingue, non le ha più mescolate e ha cominciato a rivolgersi a ciascuno nella sua lingua madre.

Quali sono state le difficoltà?

Quando Cos ha cominciato la materna, per un anno circa non voleva più parlare con me in francese davanti ad altri. Ho capito che la cosa la faceva sentire diversa in un momento in cui, invece, aveva bisogno di sentirsi parte di un gruppo. Ho rispettato la sua volontà e ho lasciato che tornasse a parlare francese quando desiderava lei.
L’altra difficoltà si presentava quando capitava di parlare in un’altra lingua davanti ad amici o parenti. Mi rendevo conto che poteva risultare una scortesia, usare una lingua che gli altri non potevano capire, quindi in quelle circostanze spesso lo evitiamo.

La cosa più bella che è capitata grazie al fatto di parlare un’altra lingua?
Quando Cos aveva tre anni, durate la nostra prima vacanza in Grecia, ha conosciuto una bambina francese un po’ più grande di lei, con cui ha giocato per tutta la vacanza.
Da allora sono passati 6 anni, quella bimba ha avuto due sorelle e per Cos le vere vacanze sono quelle che passa con le sue tre amiche francesi. Con loro ha imparato a sciare, con loro ha fatto tanti viaggi, con loro giocava prima a Cicciobello e ora con le Barbie per ore e ore (starle ad ascoltare mentre giocano è uno spasso e per Cos un bel banco di prova).

La cosa più buffa?

Quando, dopo aver passato dieci giorni in Bretagna con le sue amiche, mi ha corretto dicendomi che “sai mamma, sarebbe meglio dire così, invece di come dici tu”. O il fatto che rida perché io non riesco a pronunciare “truc” con la rrrr moscia e tenti invano di correggermi.

Ma il bilinguismo non crea confusione? Non limita l’apprendimento?
No e no. Anzi. Se volete approfondire la questione, trovate qui un accurato e bellissimo studio sul tema di bilinguismo e bambini.

Quando avete introdotto la seconda/terza lingua?

Per puro caso Cos ha frequentato il nido da una Tagesmutter tedesca che abitava vicino a noi. Un’esperienza bellissima sia perché era un nido-famiglia in cui bambini di età diverse crescevano insieme, sia perché da subito ha cominciato a fare l’orecchio a un’altra lingua. Purtroppo il tedesco si è perso e per ora sa solo presentarsi e scambiare un paio di battute.
Il francese, come vi dicevo, l’ha imparato insieme all’italiano. Le solite cose: contare i gradini di casa, imparare i nomi degli animali e i loro versi (il coccodrillo non ne ha uno neanche in francese, comunque).

Che tipo di scuola hai scelto e perché?
Ho cercato una scuola internazionale che mi garantisse un apprendimento dell’inglese al pari dell’italiano, ma anche che l’italiano non passasse in secondo piano. E’ la sua lingua madre e io credo importante che impari a conoscerla ed usarla al meglio. E’ una forma di rispetto verso le nostre origini.

Quali strumenti ti sono sembrati più utili per farle imparare l’inglese?

Fin dalla materna è stato usato il programma Jolly Phonics  che secondo me è geniale, basato sulla fonetica e su attività multisensoriali.
Guardate tv o film in inglese?
A dire il vero molto di rado. Cos legge spesso in inglese (su Amazon ho acquisto i libri di Louie the unicorn  e li carico nel cellulare, così quando siamo in coda, in viaggio o in attesa di una pizza, Cos può leggere le avventure di questo unicorno un po’ suonato che vive a Manhattan), guarda molti concerti su YouTube e studia le sue canzoni preferite. Che poi vi canta nelle Instagram Stories (e a noi 25 ore al giorno).

Cosa penso io del bilinguismo/plurilinguismo
Credo che sia una risorsa straordinaria.
Non solo per le opportunità lavorative che potrà offrirle e che sono forse la prima cosa cui pensiamo noi genitori preoccupati del mondo difficile in cui si troveranno a vivere.

Non solo perché ci consente di comunicare con persone che vivono in altri paesi ed hanno una cultura ed abitudini diverse dalle nostre (il che è già di per sé arricchente), ma anche perché cambia il nostro rapporto con il linguaggio.
Parlare lingue diverse arricchisce la nostra sensibilità linguistica e ci rende più attenti al nostro interlocutore, anche nella nostra lingua madre, perché ci insegna a cogliere le sfumature (accade spesso che una parola italiana abbia più equivalenti in un’altra lingua o viceversa; saper scegliere quella giusta è questione, appunto, di sfumature).
Questa sorta di ginnastica mentale arricchisce il lessico ed è ormai provato scientificamente che allena anche il pensiero creativo, rendendo la nostra mente molto più elastica.

Parlare un’altra lingua ci consente di cogliere appieno quello che un’altra cultura ha da offrire: un modo di pensare, di vivere, di interagire, … 
Vi faccio un esempio. La prima cosa che io faccio quanto arrivo in Inghilterra è accendere la TV, perché trovo le pubblicità inglesi geniali e in genere la loro ironia spassosa.
Del francese adoro i giochi di parole che in quella lingua, per come si scrive e si pronuncia, sono frequenti, ma non vi nascondo che vivere a stretto contatto con una famiglia francese mi abbia anche fatto rivedere molte nostre abitudini sull’educazione dei figli e la loro indipendenza (tema che meriterebbe un post a sé).

Mi piace l’idea che Cos possa sentirsi a casa ovunque e con chiunque, che niente e nessuno le risulti strano o “diverso”, perché nel mondo in cui si troverà a vivere, forse, strano e diverso saranno parole che scompariranno. In tutte le lingue.

 

 

*Grazie a Little Marc Jacobs per l’abito stampato che indossa Cos nella foto di copertina.

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